Avatar (2009) scritto, diretto e prodotto da James Cameron
2154: pianeta Pandora, sistema stellare Alpha Centauri, il marine paraplegico Jake Scully viene inviato in una missione speciale in un corpo alieno frutto di mescolanza di dna, un Avatar. Il suo compito è quello di conoscere e studiare i Na’vi, indigeni blu di grandi dimensioni, nativi di Pandora, in modo da sfruttare più facilmente i giacimenti minerari del pianeta, ricchissimo di materiale preso di mira dall’RDA, compagnia interplanetaria terrestre, e dai marines...
E’ una sfera metallica, o una goccia. Non si capisce. Ci sorvola la testa come se stesse galleggiando, navigando nell’aria. Si spostano su e giù gli occhialini 3D, magari un po’ sporchi e graffiati. Si cerca di capire la differenza con una visione a occhio nudo. Ma si rimane catturati, è come la sensazione che ha Jake Scully, il protagonista del film, quando riprende a camminare, nel corpo del suo Avatar, dopo aver (ri)perso l’uso delle gambe bloccate su una sedia a rotelle.
E’ un cinema del sentire, percepire, avvicinare, l’incipit dell’ultimo film di James Cameron, preludio della totale immersione digitale a cui ci porterà l’intera visione. Il 3D non è un’evoluzione, è un mezzo. Grazie ad esso siamo su Pandora, e non vediamo Pandora. Gli occhiali ci accompaiano in un viaggio che mai prima abbiamo fatto, neppure in quel (ormai) lontano 1997 dove quel translatlantico voleva superare ogni limite concesso dall’uomo. Avatar inizia dove il Titanic finisce, è la prosecuzione di una visione sul (e del) mondo che il regista-narratore ha percorso in tutti i suoi film, e si fonda nelle radici più profonde di un umanesimo (alieno?) di matrice panteistica, e per farlo instaura una vera e propria dittatura dell’immagine, percorso demiurgico arrivato al suo apice di grandezza, rimarcando i confini che dal cinema primitivo in poi si sono posti tra realtà e finizione, immaginato e visto, possibile e impossibile.
Tra il 2005 e il 2006 rincorrendo le più possibili tra le sporadicissime notizie riguardanti il film, ricordo un’ intervista a Sigourney Weaver che diceva: "I bambini non vorrano più uscire dalle sale". L’idea di Avatar come spettacolo da vivere al cinema ci riporta in qualche modo allo nascita del cinema, al suo spettacolo originario, a quel cinema delle origini che non ammetteva differenze tra generi e immagini di qualsiasi tipo. L’importanza nella rivoluzione del cinema che il film ha dato verrà colta solo tra qualche anno, quando le acque si saranno calmate attorno a questo kolossal; rivoluzione che non preluderà la fine del cinema e dell’attore che ha apolitticamente predetto Roberto Faenza: c’è più umanità in una qualsiasi scena digitale del film che in interi certi nostri film-emotivi che vorrebbero emozionarci. E non ci sono forse persone dietro a questi esseri blu che vediamo? (per la serie: ma andatelo a dire a Zemeckis e ai suoi pupazzi digitali)
La natura di Avatar è frutto di diversi ambienti di ispirazione (si pensi all’universo di Miyazaki o Arzach di Moebius), splendida più che mai, come una folgorante apparzione paradisiaca. Ma l’esperienza vera che ci fa intraprendere Cameron, è il nostro viaggio su di essa, su un pianeta ormai famigliare (coniato, come la lingua Na’vi), ormai vicino ai nostri sogni. L’intero film è un atto d’amore verso Pandora, il nostro è un’amore a prima vista, è un’utopia irraggiungibile di bellezza, è un attaccamento verso la sua natura, che per i Nàavi non è solo da proteggere, oggetto di difesa contro le insidie della "civilizzazione" e del progresso tecnologico, ma bensì entità da venerare, forma mitica e divinizzata di un panteismo ancestrale che ci lascia disarmati. I Nàavi non sono gli indiani di Balla coi Lupi ( Kevin Costner si ricongiunge con una persona del suo colore di pelle, abbandonando la tribù) o quelli di Pocahontas (la principessa della Disney non è guerriera, è il tentativo di trovare un’armonia tra invasori e nativi, quella dei Na’vi si avvicina più a una vendetta che a spiriti di pacificazione), sono esseri che conoscono le lingue e la tecnologia, un tempo in lotta fra loro, non sono il paradiso perduto che ci ha sempre affascinato nei film, ma un’evoluzione della specie, forma di equilibro tra natura e spirito, progresso e primitività. La loro è una connessione profonda con Pandora: attraverso a dei filamenti nervosi attaccati al loro corpo, un legame biochimico come sinapsi, gli indigeni "possiedono" le creature che cavalcano, in un rapporto empatico che crea un’unica unità mente-corpo-anima, facendo da padroni sulla terra ("Sei mio" dice Jake al suo Banshee, il volatile che lui sceglie di domare), riconducendosi con il "tutto" attraverso Ewya, la divinità-madre natura che sta sopra a tutto, dove in lei tutto nasce e si esaurisce. Film di barriere Avatar, di mondi in scontro tra loro mai come prima. Se da una parte abbiamo i Na’vi dall’altra c’è la peggior specie di marines mai vista al cinema, che neanche da Apocalypse Now o da Kubrick ci aspetteremmo, mercenari parassitari di stampo "bushano", che succhiano la vitalità di ciò che è rimasto vivo nell’universo dopo aver distrutto il loro pianeta.E’ infatti la Terra che manca in Avatar, quasi a non guastare quell’equilibrio magico instaurato dalla onnipresenza di Pandora (vera protagonista del film, una sorta di fondale di abisso oceanico cameroniano), rispecchiata però nello scontro tra i militari e gli scienziati più vicini ai nativi del pianeta (incarnati prima di tutti in Sigourney Weaver), metafora dell’impossibilità politica di una presa di coscienza su ogni proposta-scontro ecologista. Ed è in questo sguardo che si manifesta il pessimismo formale di Cameron (prosecuzione di un percorso nato con Terminator e proseguito con Abyss e Strange Days, diretto dalla ex moglie Kathryn Bigelow, di un nuovo messianesimo fantascientifico legato agli errori umani), per poi riabilitarsi in una speranza di seconda scelta, seconda vita, in un happy-end che è anche la peggior sorte ricevuta dai "nostri" che al cinema si ricordi.
La parola "Avatar"deriva dal sanscrito e significa "che discende": in un mito indiano il dio, in tempo di ostilità, per manifestarsi sulla terra, ricorre ad uomo, gli rende poteri speciali per permettergli di riportare la pace su di essa. Cameron non ricorre ad un epico "eletto" (come poteva essere il protagonista di Dune), ma il suo Turuk Maktu, l’uomo in grado di cavalcare il volatile più grande, nasce da una situazione particolare, come ci viene raccontato nel film, compare nel momento del bisogno, si manifesta in un corpo, quello di un marines in un corpo da Avatar, già per idea stessa un essere "potenziato", un frutto di combinazione di dna diversi.
E’ Jake Scully il Turuk profetico dei Na’vi, marines paraplegico che rinuncia a delle gambe vere per un corpo "finto", ma con dentro una persona "vera" ("Io ti vedo" - ti sento-ti percepisco-siamo una cosa sola-sei come me), che il film ci riassume nella bellissima immagine inziale della corsa a piedi nudi sulla terra fatta da Jake, dove il tutto riparte, ricomincia nel nuovo mondo, in cui la purezza scaccia la malvagità dell’uomo (intesa come specie umana: per la prima volta siamo noi gli alieni).
Il suo è un ritorno alla vita "vera" sofferto: "Là fuori è la realtà, qui dentro è il sogno" dice Jake riferendosi al suo entrare e uscire da corpo di Avatar; la sua è un’iniziazione, un battesimo, una nuova nascita in un nuovo io che ci fa invidiare della sua possibilità di nuova vita. E noi ci sentiamo come Jake, la realtà di Pandora si stacca da noi quando stacchiamo la spina degli occhiali 3D. Per poi tornarci sempre, in futuro, quando la nostra testa, e il nostro cuore, voglia. E non è forse questa la magia del cinema, o siamo troppo grandi (e troppo cinici) per vederla?
Simone Bardoni